«La Tav non va». Il Mulino «macina» l'alta velocità
SUL prestigioso bimestrale bolognese istruttoria
su «incapacità e velleità» del progetto
Dito puntato contro un «modo arrogante e decisionista di pensare alle
grandi opere pubbliche»
Lo scetticismo verso l'Alta Velocità torna a fare capolino negli ambienti
vicini al centrosinistra.
Questa volta non sono le obiezioni di Rifondazione, ma la prestigiosa
rivista bolognese «il Mulino» a dare spazio alle «perplessità di fondo, tutte
ampiamente documentate, circa la sensatezza complessiva dell'opera» della
val di Susa.
Queste considerazioni si leggono sull'ultimo numero del bimestrale diretto
da Edmondo Berselli. E pensare che solo pochi giorni fa Romano Prodi, dopo
le polemiche sull'assenza dell'Alta Velocità dal programma dell'Unione, aveva detto: «La Tav si farà, punto e basta». «Il Mulino» dedica
addirittura copertina e quattro articoli all'Alta Velocità e alle grandi opere
in generale. E le critiche non scarseggiano, con
titoli che vanno da «Una Tav per partito preso» a «Discutibile e indiscussa:
l'Alta Velocità alla prova della democrazia».
Nel primo contributo Giuseppe Berta e il sociologo Bruno Manghi, dopo aver
fatto riferimento alle già accennate «perplessità», parlano in generale di
«adesione automatica e poco riflessiva ai progetti di grande
dimensione e di lunga durata». Tanto che «sulla discussa tratta Torino-Lione»,
come specificano poi gli ex consiglieri del ministero dei Trasporti Andrea
Boitani e Marco Ponti, «la capacità risulta al momento sufficiente e, comunque, con limitati interventi potrebbe essere resa abbondante».
Mentre Antonio Tamburrino, autore del Piano dei trasporti della Regione Lazio,
incalza: «L'impalcatura della Tav, fatta di incapacità
e di velleità, dà segni di vistosi sgretolamenti». A chiudere la sezione sulle
grandi opere ci pensa Luigi Bobbio: «La storia della Tav in val di Susa è
un esempio assolutamente emblematico del punto morto
a cui conduce un certo modo, arrogante e decisionista, di pensare alle grandi
opere pubbliche»; e invita a «processi decisionali più aperti all'ascolto
e meno chiusi in un'improbabile cittadella tecnocratica».
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