La costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità
ha comportato ovunque problemi di natura ambientale, a causa degli alti livelli
di rumore e di vibrazione indotti dal passaggio dei convogli. Situazioni di
conflitto con gli abitanti delle zone circostanti i tracciati e contenziosi
tra autorità locali e centrali hanno costantemente accompagnato l'entrata
in funzione delle linee. In Giappone proteste di massa avvenute tra il 1970
e il 1975, dopo l'entrata in servizio dell'estensione del sistema Shinkansen
fino a Sanyo, costrinsero le Ferrovie Nazionali Giapponesi a rimandare la costruzione
della Tokio-Narita, per intraprendere un programma di bonifica delle situazioni
esistenti. In Francia è proseguito per più di dieci anni un braccio
di ferro tra associazioni di cittadini e di comuni della val Lamartinien, l'ente
ferrovie SNCF e le autorità centrali; il progetto di linea che avrebbe
dovuto collegare Parigi alla Provenza è stato bloccato da violente proteste
ed è stata ugualmente contestata la diramazione delle linea atlantica
che avrebbe dovuto portare in Spagna attraverso i Paesi Baschi. Infine, in Germania
nel '92 il progetto di costruzione della linea Norimberga-Erfurt ha provocato
uno scontro tra consiglio comunale, borgomastro e cittadini di Coburgo da una
parte ( 13000 firme di protesta ), enti di pianificazione e ministro dei trasporti
dall'altra; mentre in Inghilterra il collegamento tra Londra e lo sbocco del
celebre tunnel è attualmente sospeso perchè‚ il progetto presentato
dalle ferrovie britanniche è stato giudicato incompatibile con il territorio.
Non sappiamo esattamente come si risolveranno, o come si siano risolte, le situazioni
di conflitto che abbiamo enumerato alla rinfusa. Ma è certo che i contrasti
che esse delineano possono essere difficilmente attribuiti a una opposizione
di principio, dovuta a qualche innamorato della natura incontaminata. In realtà,
la costruzione di linee con queste caratteristiche comporta un alto costo per
il territorio attraversato, nel senso che richiede che una fascia di notevole
ampiezza venga declassata a corridoio di servizio industriale, e quindi sottratto
all'uso residenziale.
Non è sorprendente che coloro che abitano nelle vicinanze dei tracciati
non siano soddisfatti della cosa; anche quando siano sinceramente fautori, nella
chiacchiera da bar, di una illimitata accelerazione del nostro modo di vivere
e di viaggiare. E che lo siano ancor meno quando la sostanza del problema venga
ufficialmente negata, così da rifiutar loro anche la compensazione di
valore della proprietà compromessa.
Ma in ogni caso la soluzione di questi conflitti, anche quando risulti monca,
ha pesanti implicazioni economiche. Per dare un'idea delle spese e delle difficoltà
coinvolte si possono citare alcuni dati di fonte giapponese:
Essendo queste le dimensioni del problema, è
comprensibile che molti paesi lo abbiano affrontato, a partire dagli anni 70,
con un notevole investimento di persone e mezzi, alla ricerca di soluzioni tecniche
che ne limitassero la gravità. Sono stati così messi in piedi
laboratori di ricerca destinati a questo fine, sono state studiate tecniche
di misura o di individuazione delle singole sorgenti, metodi di stima del disturbo
soggettivo, criteri di intervento sulle singole cause di rumore e vibrazione;
sono state analizzate le connessioni tra le caratteristiche strutturali del
materiale rotabile e le peculiarità dell'emissione, è stato discriminato
il rumore meccanico da quello aerodinamico, sono state individuate infine le
rispettive leggi di variazione con la velocità. Né si è
mancato di affrontare gli aspetti giuridici e normativi. In Giappone, ad es.,
l'Agenzia per la protezione dell'ambiente ha emesso una serie di raccomandazioni
e regolamenti (luglio 1975), successivamente accolti dal governo (marzo 1976),
che sono rivolti esplicitamente allo Shinkansen, in questo modo riconoscendo
la rilevanza e il carattere specifico del problema.
I risultati di questo complesso lavoro, svoltosi in quasi tutti i paesi tecnicamente
sviluppati, i dati, i modelli matematici, i dibattiti e le divergenze di opinione,
sono stati regolarmente pubblicati sulle riviste più note del settore.
Tanto per dire, si sono tenuti periodici convegni dedicati a questo tema e gli
atti sono comparsi integralmente sul Journal of Sound and Vibration,
una delle riviste di maggior prestigio in questo campo.
Negli ultimi anni la frequenza delle pubblicazioni, o delle ricerche, è
rapidamente diminuita, per il banale motivo che il campo di indagine è
stato esplorato in lungo e in largo; è molto difficile che si trovi a
breve termine qualcosa di nuovo da dire.
Si tratta di una evoluzione temporale del tutto consueta nel settore della ricerca
applicata. Quando rilevanti interessi economici ruotano attorno ad un particolare
prodotto, o ad una particolare tecnologia, competenze di settori diversi, investimenti
e iniziative di ricerca vengono fatte convergere rapidamente nel settore di
interesse. Ma è ovvio che le soluzioni vengono in vent'anni comparate
tra loro, che quelle peggiori vengono scartate e che quelle che rimangono vengono
valutate correttamente nei loro limiti intrinsechi. Processi di tale natura
non possono essere considerati come processi aperti, indefinitamente in progresso.
Si raggiunge rapidamente una situazione di confine che risulta invalicabile
per ragioni pratiche, quasi sempre di natura economica. Quando se ne vogliono
superare i limiti, occorre invocare un cambiamento di tecnologia.
Non vi è motivo perchè il campo dell'inquinamento ambientale,
originato da rumore e vibrazione, delle linee ferroviarie ad alta velocità
faccia eccezione a questa regola. E se noi ci siamo permessi questa sorta di
orazione introduttiva, assai generica, è perchè tra quanto ci
risulta sullo stato dell'arte, e quello che traspare dai documenti fornitici
da TAV e dagli studi di impatto ambientale che ci sono succeduti, vi è
uno iato difficilmente colmabile.
A noi risulta:
I documenti di TAV e gli studi di impatto ambientale
presentati per le varie tratte narrano una storia ben diversa.
Sembra che in Italia, con un ammirevole procedimento autarchico, si sia giunti
alle seguenti conclusioni:
Vista la premessa, forse non sarebbe il caso
di dirlo; ma non uno degli argomenti i, ii, iii, iv ha, a nostro parere,
il minimo fondamento.
Non possiamo, in questa relazione, entrare nel merito dei numerosi aspetti connessi.
Ci limitiamo ad allegare uno scritto (all. n. ) che oltre ad una rapida sintesi
di molti aspetti, contiene una bibliografia abbastanza estesa. Qui vogliamo
semplicemente dare alcune righe di spiegazione sul punto ii, e qualche
commento al punto v, che è l'unico a trovare qualche appiglio,
sia pure di parte, nella letteratura relativa.
Non siamo dunque convinti che siano state eseguite le valutazioni di impatto ambientale in modo corretto. Ma nel trarre delle conclusioni vorremmo evitare un confronto tra grandezze non commensurabili, quali la cosiddetta qualità della vita e l'efficacia tecnica ed economica del progetto; vorremmo in altre parole evitare di impantanarci in questioni che nella loro forma estrema possono essere poste in questo modo: vale di più il sonno di un bambino o il risparmio di sei minuti nel viaggio tra Firenze e Milano di un serio professionista? ( Una domanda diabolica a cui tutti sembrano rispondere il contrario di quello che pensano. E, specialmente, di quel che fanno ) Cercheremo quindi di limitare le nostre considerazioni all'aspetto economico della discussione; infatti, indipendentemente da quale sia la risposta giusta alla domanda precedente, ci sembra indubbio che la casa dell'eventuale bambino, se posta a 50 metri dalla linea, non troverà un acquirente possibile; dunque il suo valore di mercato verrà ridotto a zero. Questa conseguenza della costruzione delle nuove linee viene costantemente sorvolata. Eppure questi progetti sommano, sotto questo punto di vista, tutti gli aspetti peggiori immaginabili. Si parte da una situazione obbiettivamente difficile, poiché si deve attraversare un territorio molto popolato, con un distribuzione degli abitati diffusa e una situazione orografica spesso sfavorevole. E a questo si aggiunge:
Un tale insieme di condizioni penalizzanti rende
il progetto dell'alta velocità italiana un caso unico al mondo, ed ha
sicuramente delle gravi conseguenze economiche. Le cifre che vengono qualche
volta citate, come previste per eventuali opere di bonifica, sono francamente
risibili. Tra l'altro, sembra che non si tenga in alcun conto come gli interventi
di bonifica a posteriori sono tecnicamente difficili e, in linea di massima,
estremamente più onerosi dei provvedimenti che si possono prendere al
momento della costruzione. Non siamo in grado, per mancanza di dati, di stimare
a quanto ammonti globalmente la perdita di valore dei territori attraversati.
Ma ci permettiamo di riportare un esempio, che valga a far luce almeno sull'ordine
di grandezza delle cifre in gioco. Nel presentare l'ipotesi di collegamento
Lyon - Torino agli abitanti della val Maurienne, le ferrovie francesi si sono
offerte ufficialmente di acquistare, a prezzi ante operam e dietro semplice
richiesta in un periodo di 3 anni dopo l'entrata in funzione della linea, tutti
gli immobili compresi in una fascia di 150 metri a destra e 150 metri a sinistra
dei binari; e di discutere caso per caso l'acquisto di quegli edifici che per
motivi orografici si trovassero particolarmente esposti, pur essendo al di fuori
di questo corridoio.
Non si tratta di un regalo; la larghezza di fascia è quella comunemente
accettata in tutto il mondo, per le linee A.V. in pianura; e la seconda parte
dell'offerta riflette correttamente l'ammissione che in una situazione valliva
possono trovarsi molto esposte anche abitazioni assai lontane dalla linea (cfr.
allegato).
Naturalmente, non è detto che gli abitanti della val Maurienne siano
felici di dover abbandonare le loro case. Ma occorre riconoscere all'impostazione
delle SNCF almeno il pregio dell'onestà intellettuale.
Può essere interessante vedere quali sarebbero
le conseguenze di un accordo simile sul lato italiano del collegamento. Come
dovrebbe essere noto, la bassa valle di Susa e l'attraversamento a nord di Torino
presentano, per la densità degli edifici e l'anarchia urbanistica, qualche
difficoltà in più rispetto alla val Maurienne. Si può fare
riferimento per un conto approssimato al tracciato individuato, con il conforto
delle FF.SS., come il più adatto, in un celebre studio commissionato
e pagato da Sitaf e Regione Piemonte.
All'interno di una fascia di 300 metri, posta a cavallo di questa soluzione
ottimale, si trovano in 30 Km dall'uscita da Bussoleno fino ad Alpignano circa
1200 edifici (non alloggi); se a questi si aggiungono, con una stima
fatta ad occhio ma prudente, gli edifici delle frazioni particolarmente esposte,
perchè rilevate rispetto al fondo della valle, si raggiunge una cifra
attorno ai 2000 edifici. Non abbiamo proseguito il conto; aver raggiunto l'ordine
di 1000 miliardi in 30 Km ci è parso sufficiente. Ma l'attraversamento
dei comuni della cintura di Torino non sarà sicuramente meno costoso.
Nè si può obbiettare che si tratta di cifre puramente teoriche,
condizionate ad una effettiva richiesta di acquisto, che può anche mancare.
In una fascia così densamente popolata, anche se le richieste degli interessati
fossero inizialmente limitate in numero, il solo fatto che esse vengano presentate
comporterà un rapido processo di svalorizzazione degli immobili; così
che gli altri abitanti non avranno altra scelta se non quella di usufruire anch'essi
dell'offerta di acquisto.
Per farla breve, la costruzione di una linea con questi dati di progetto, richiederebbe
che si considerasse attorno ad essa un corridoio assai largo di servizio industriale:
non utilizzabile, se non in minima parte, per uso residenziale o agricolo.
E' vero che, almeno in parte, queste stesse affermazioni possono essere ripetute
per il progetto di una qualsiasi grande infrastruttura. Ma è veramente
difficile comprendere come mai di esse non si sia tenuto alcun conto: